“Atmosfera”, musica a piedi scalzi: un giardino, la musica d’autore e un nuovo modo di ascoltare nella zona di Riposto

Articolo di Giorgia Crimi

Non era previsto che giusto domenica facessi lavare la macchina, con questo caldo poi… peraltro era aperto solo il self service! Ma forse era arrivato il momento… Non era previsto nemmeno il successivo colpo di calore che ho subito, causa 45 gradi all’ombra, per aver atteso che la mia Duster arancione “Mandarin”, intonata ai miei capelli, passasse più e più volte sotto le spazzole dell’autolavaggio, le quali, aggressivamente, con il fare di due casalinghe della bassa padana c/o “massare” dell’entro terra siculo, amanti delle pulizie di Pasqua, modello “vieni qui che a te ci penso io”, hanno rimosso polvere e terra accumulate da un anno…

Poi il pomeriggio intero di riposo, in realtà, non è che sia stato proprio dirimente…

Ma volevo proprio andare a scoprire questo posto e così, con la mia macchina, strapazzata, ma deliziosamente brillante, mi sono messa in moto.

Percorro la strada verso Riposto, tra rettilinei, curvilinei e tornanti, addentrandomi nella fitta vegetazione mediterranea, dove ogni tanto, tra case e fabbricati, si stagliano stupende ville antiche, fiduciosa che Google Maps sappia condurmi alla meta sperata anche stavolta.

E finalmente una strada indicata solo da un numero dispari. Dove però, quando non vedo più umano movimento, la fiducia nella tecnologia inizia a venire meno. Faccio allora appello al mio amico che viene in soccorso, Angelo (nomen omen…) che subito mi manda la posizione esatta.

“Certo che è strano: cambia sempre…”.

Poi però scopro il perché: lui stava camminando lungo la strada per intercettarmi!

Così, ci ritroviamo e mi indica l’area parcheggio, in cui rocambolescamente mi accaparro l’ultimo posto utile e, quale neo Virgilio della riviera ionico-etnea, Angelo inizia a condurmi lungo un sentiero pedonale e così fino alla proprietà che ospita l’evento.

Angelo Sul Serio, che è cantante e direttore artistico dell’evento insieme a Leonardo Maltese e Andrea Matteo Petrelli, mi spiega che si tratta di un’azienda agricola in cui il proprietario, Edoardo Pulvirenti, ha avuto l’idea di aprirsi all’organizzazione anche di piccoli eventi musicali.

In particolare, secondo quanto aggiunge Leonardo, “Atmosfera”, così si chiama il posto, vuole essere un luogo semplice, un giardino, in cui sia possibile ascoltare la musica e le parole di ciascun cantautore nella loro nudità ed essenzialità espressiva.

Angelo mi lascia (lo ha fatto anche Virgilio con Dante a un certo punto!) e io proseguo da sola nel mio giro.

È l’ora del tramonto, rosa limpido. Ma nel pomeriggio, non è soltanto piovuto, ha proprio grandinato, mettendo a rischio serata e impianto d’amplificazione.

Le foto (di Andrea Matteo Petrelli) devo dire rivelavano già molto di questo posto, che davvero al tramonto e progressivamente con lo scendere della sera, si trasforma in un luogo incantato.

Il giardino ha una forma rettangolare, circondato da un agrumeto, illuminato da catene di lampadine che pendono dagli alberi e diffondono dolcemente una luce calda; la parte centrale è tappezzata di teli indiani con disegni colorati e cuscini, panche rustiche sono collocate ai lati e in fondo un piccolo palchetto, con un microfono, un piano elettrico e gli amplificatori.

Sullo sfondo, il totem della scenografia: un camper, che non si sa come ci sia arrivato lì, al centro di un giardino, salvo non ci sia cresciuto, come un fungo, d’improvviso, una notte…

Un posto molto suggestivo, pensato per l’ascolto, essenziale: natura, musica e piedi scalzi, tutti scalzi!

Io trovo un angolino su una panca e mi metto a scrivere, con il mio tablet e la mia nuova tastierina retroilluminata; considerando il pubblico, in media un po’ (troppo) più giovane di me, preferisco essere scambiata per la giornalista e/o la secchiona, piuttosto che per la mamma di qualcuno che ho accompagnato…

Iniziano gli MDE (Francesco Scarcipino e Gianmarco Licciardello), che ho già ascoltato al Mizzicafest. Colgo alcune espressioni che mi piacciono e trovo originali, tratti dall’ultimo inedito, “Non ho mai”, come “gli occhi fritti di te…” e “non ho mai amato e questo sogno di rincontrarti tra due istanti: il primo in cui possa incontrarti, il secondo in cui dimenticarti”.

Il duo (io li avevo ascoltati in formazione più ampia) raccoglie le emozioni delle luci calde e delle foglie di agrumi in un silenzio eloquente, quello di un gruppo di persone che ascolta suoni e parole con molta attenzione. Bello!

Sono veramente intonati; due voci, uno accompagna al piano e l’altro alla chitarra, con armonie curate (e io sto molto attenta ai passaggi armonici).

Come dice Angelo, che interviene alla fine dell’esibizione degli MDE, è suggestivo vedere le persone così in silenzio davanti alla musica degli emergenti.

E quando Vittoria Sciacca, la guest della serata, sale sul palco (si fa per dire “palco”), interrogata da Angelo su cosa significhi l’essere emergente, mi piace molto la sua risposta: “è avere un pubblico anche se non esisto, perché di fatto la mia musica non è in giro”.

Risposta che mi offre uno spunto di riflessione. Perché, mi chiedo, quando, secondo le logiche (distorte) dell’odierno music business, può dirsi effettivamente “esistente” oggi un artista? E mi rispondo pensando almeno a due circostanze.

La prima è che il soggetto in questione abbia un profilo su (almeno) Spotify for Artists, generi stream misurabili e appaia negli algoritmi.

Prima degli anni 2010 esistevi se vendevi dischi; oggi, esisti se generi engagement, circostanza strettamente legata a quanto segue.

La seconda condizione di esistenza è appunto (probabilmente) l’avere dei follower e conseguentemente una narrativa. Il mercato non investe (solo) sulla musica, compra storie; se non hai un racconto identitario riconoscibile, resti invisibile anche se la tua musica è buona. E tu devi essere monetizzabile, possibilmente su più fronti.

Ecco spiegato il successo dei talent.

“Ho concluso vostro onore!”

Chiusa parentesi.

Probabilmente ciò che si è dissolto è il senso della musica come elaborazione e condivisione di un sentimento personale, frutto di quel processo di “traslazione”, come dice anche la giovane, ma già saggia Vittoria, che porta a trasformare l’evento più banale che ti capita in una nota da suonare.

E così Vittoria, tra esternazioni autentiche e canzoni sincere, si lancia nel suo viaggio musicale, che viene raccolto con fiducia da un pubblico catturato dalla sua grazia e dolcezza. La mia canzone preferita resta quella sulla difficoltà di prendere sonno al pomeriggio, per inseguire un’abitudine familiare che non le appartiene.

Io mi beo di quel silenzio e di quell’attenzione che qui, da “Atmosfera” prestano agli artisti.

Penso che un artista possa piacere o non piacere, possa essere bravo, bello, brutto, coinvolgente o freddo, ma abbia diritto a essere ascoltato in silenzio, perché stare su un palco, soprattutto nell’atto di suonare la propria musica inedita, è un gesto coraggioso, che equivale a mettere a nudo la propria anima e le proprie debolezze, desideri, paure… e va ascoltato con postura adeguata e attiva, perché solo l’apertura mentale è quella che permette di raccoglierne l’emozione e subire quel piacevole movimento interno che, oltre all’arte, sa provocare solo l’amore, a volte anche il dolore, ma che sicuramente ci rende vivi.

Da “Atmosfera” ci sono tutti gli elementi perché questa suggestione collettiva possa avvenire.

Ma mi viene da pensare, considerando che il pubblico era molto giovane…

Siamo sicuri che un pubblico più adulto non avrebbe apprezzato?

Che abbia ancora senso parlare di “generazioni”?

Siamo proprio sicuri che questa città non meriti di uscire fuori dalla settorializzazione dei
pubblici?

Siamo proprio sicuri che tra uno spritz e un duo che suona musica anni ‘60 non ci possa stare un po’ di jazz d’avanguardia una volta e un’altra la musica emergente?

Siamo davvero tutti così prevedibili?

Io penso di no e che forse la chiave sia proprio uscire dai propri limiti. E lo penso perché la musica non è un prodotto, non è un sottofondo che accompagna il servizio ai tavoli, facendo da sfondo alla chiacchiera dei clienti. È un valore centrale che, quando è viva, strutturata in un progetto reale, espressione sincera dell’autore e degli artisti che la eseguono, porta un messaggio che arriva sempre e a tutti, senza limiti di età.

Belle queste riflessioni, profonde vero? Ma a fine serata avverto un po’ di vuoto allo stomaco… Ecco, forse era meglio accettare quel grissino che mi aveva offerto Angelo o comunque vedere meglio cosa c’era al buffet, piuttosto che fare solo l’intellettuale e mettermi direttamente a scrivere…

A me “Atmosfera” è piaciuta molto e spero che ci sia un nuovo filone di iniziative innovative che rinnovino e risveglino le menti di questa città.

E adesso, sappiate che martedì 1 settembre 2026 sono andata a vedere la stand-up comedy da Friccicore.

Ma questa sarà un’altra storia…