MENO SIAMO, MEGLIO STIAMO. CORTI, PIOGGIA E ALTRE STORIE DA MAREARTE

Articolo di: Giorgia Crimi

Fino all’ultimo ci hanno provato a distogliermi…

«Dai, la Notte della Scienza, The Sharper Night, vieni con noi, saranno tutti lì. Tutta Catania».

Ecco. Se volete convincermi a fare qualcosa, sappiate che questa espressione — TUTTACATANIAAAA, pronunciata a rallentatore nella mia testa — non produce esattamente l’effetto sperato.

Anzi.

E così, senza amica — lasciata volentieri a TUTTACATANIAAAA — sono andata da sola alla serata dei Corti di Marearte.

Ma che bella la solitudine, ci avete mai fatto caso?

Il tramonto mi sfugge, perché ormai il sole sparisce intorno alle 19 e la serata, per giunta, è un po’ nuvolosa.

Con Sophie (Sophie Piccoli, responsabile della comunicazione di Marearte) ci salutiamo e, ripetendoci reciprocamente — modello mantra, scongiuro e disperato tentativo di condizionare la meteorologia — «No, non pioverà stasera», ci avviamo in salita lungo la sciara, già ben descritta qui e qui, verso la stupenda arena naturale all’aperto.

È praticamente buio, ma l’aria è ancora abbastanza calda.

Saluto Lorenzo Giordano, fondatore di Marearte e Laura Pinto, curatrice della rassegna e mi soffermo a parlare con Andrea Liotta, responsabile della sezione musica e multitasking “compulsivo” come un po’ tutti gli amici impegnati nel progetto Marearte.

Con Andrea poi, musicista, compositore e jazzista “rivoluzionario”, un po’ come me, abbiamo questa curiosa abitudine: bastano pochi minuti e abbiamo già disegnato ipotesi, elaborato progetti e probabilmente rifondato l’intero sistema culturale del territorio.

Poi Sophie e Laura introducono il Festival.

Sul palco è stato montato un bellissimo e ampio schermo, sul quale si staglia la grafica del Festival, disegnata da Riccardo Cavallaro, in rosso e rosa chiaro, con un lettering che mi ricorda Marinetti, sotto una luna luminosa e alta che ogni tanto gioca a nascondino tra le nuvole.

Tutto Apposto Gioia mia

Il primo corto è Tutto Apposto Gioia mia, di Chloé Lecci López.

Si apre con una telefonata che informa la protagonista dell’arresto del padre, per ragioni poco chiare.

La ragazza, nata e cresciuta all’estero ma ogni anno in vacanza a Catania, comincia così una ricerca per conoscere meglio la storia del padre, attraverso i racconti della famiglia e i personaggi del territorio in cui lui è cresciuto.

Della protagonista “vediamo” soprattutto la voce: la ascoltiamo durante le telefonate dal carcere e osserviamo il suo sguardo mentre raccoglie e fissa in immagini, suoni e odori il mondo della famiglia paterna.

Sì, odori.

Perché quando compare in primo piano una pentola di melanzane e ne sentiamo distintamente lo sfrigolio nell’olio, per qualche strano cortocircuito sensoriale sembra quasi di sentirne anche il profumo.

E viene fame. Che, per un cortometraggio, è già un notevole risultato immersivo.

Allo stesso modo, i primi piani dei personaggi e le immagini senza commento degli ambienti della casa di famiglia — dalla cucina con la tovaglia di plastica al tinello, fino al saloncino in cui abbondano le classiche “piccole cose di cattivo gusto” di una volta: bomboniere, centrini, angeloni dorati di varia foggia e dimensione — riescono a catapultare il pubblico dentro quella storia.

Una storia che potrebbe essere una storia qualunque.

Ed è proprio per questo che merita di essere raccontata.

Bellissimi gli inserti dei commenti politici della zia e del cuginetto che, dopo essersi “ammuccato” un gran piatto di pasta al sugo con parmigiano — altra scena che mette seriamente alla prova lo spettatore digiuno — afferra un microfono giocattolo e canta «Alè Catania».

Chissà se, nella leggerezza con cui conquista tutti, quel bambino non sia anche una piccola trasfigurazione del padre, che dai racconti del nonno sembra aver vissuto sempre un po’ ai limiti, con quella vocazione tutta umana a fare qualche volta il passo più lungo della gamba.

Nel frattempo, mentre io sono concentratissima sulla visione del corto, comincia a piovigginare.

Il nostro mantra evidentemente non aveva fondamento scientifico.

Andrea e Lorenzo si lanciano a coprire con i teli plastificati casse e cavi, muovendosi con un passo talmente felpato da sembrare due mimi entrati per errore nel film e costretti a recitare sullo sfondo dello schermo.

Io, che per l’occasione mi sono anche vestita elegante, perché è sempre la prima di un Festival — top di raso nero e pantaloni rossi, ma scarpe comode perché l’eleganza sì, il traumatologico no — do fondo alle risorse strategiche: sopra il giubbotto di pelle, indosso anche la seconda giacca, quella di emergenza, impermeabile e con cappuccio, modello Capitan Findus.

L’effetto estetico precipita rapidamente, ma devo dire che fa egregiamente il suo lavoro.

La sonorizzazione delle riprese, che dà risalto ai gesti come se fossimo tutti dentro la scena, insieme ai primi piani, è secondo me uno degli aspetti che rende il racconto così godibile.

Chi, ad esempio, non ricorda il rumore dei fogli di plastica degli album fotografici degli anni Ottanta, che si attaccavano tra loro e facevano quel suono inconfondibile quando li sfogliavi?

Sono dettagli apparentemente insignificanti, ma hanno la capacità di aprire interi cassetti della memoria.

Pur non essendo nata e cresciuta in Sicilia, l’autrice riesce a esprimere una nostalgia che non riguarda soltanto gli elementi comuni della vita familiare che trattiene nel film, ma anche questa terra, che ha imparato a conoscere e amare non da semplice turista, ma quasi da siciliana.

Genesi

Segue Genesi, prodotto da Andrea Cavallaro, Enrico Riccobene, Mirko Puliatti, che racconta un po’ quella magnifica invenzione che deve essere Opera, il Festival che si svolge ogni anno a Milo. Lo dico in questi termini perché Andrea l’ho conosciuto solo ieri, ma l’ho già rimproverato di non avermi invitato in prima fila in tutti questi anni.

Opera Festival è un festival di musica elettronica, sperimentale e contemporanea che fa dialogare ricerca musicale, paesaggio e territorio, in forma di esperienza diffusa tra boschi, vigneti e spazi naturali.

Genesi appunto prova a racconta l’esperienza del Festival nel dialogo con il territorio.

Mi colpisce immediatamente la scena iniziale: una colonna sonora che sembra riprodurre le pulsazioni della terra, il battito profondo del vulcano in perenne attività.

«E poi ci siamo noi uomini che combiniamo qualcosa e facciamo delle composizioni», dice uno dei protagonisti.

E quella frase mi resta addosso.

Perché più ascolto storie capaci di raccontare con sentimento l’attaccamento a questa terra, storie di innovazione, creatività e persone che provano a costruire qualcosa, più penso: in tutto questo io ci voglio essere. O forse, ci sono già.

Io sono nata qui, ma sono stata lontana per quasi 20 anni. Eppure, quando incontro questo modo di vivere e raccontare la Sicilia, sento che è tornata ad essere davvero casa anche per me, come non lo era mai stata.

Poi, naturalmente, proprio mentre sto raggiungendo vette altissime di appartenenza, poesia e comunione con il territorio, il territorio decide di ricambiare.

Mi accorgo che i bellissimi sedili di paglia sono umidi.

Troppo tardi.

I miei pantaloni rosso brillante esibiscono ormai sul fondoschiena un vistoso alone, di quelli capaci di trasformare in pochi secondi una raffinata serata di cinema d’autore in un cortometraggio dell’orrore.

Titolo provvisorio: La macchia.

Menomale che è buio.

Un altro protagonista, intervistato tra gli artisti che si sono esibiti a Opera, dice una cosa bellissima:

«Io non canto, ma sono cantato».

Una frase che mi fa riflettere sulla creatività e sulla parte misteriosa che conserva sempre. Possiamo alimentarla, cercarla, coltivarla; possiamo riconoscere e valorizzare quella degli altri. Ma il talento possiede anche qualcosa che sfugge alla volontà: a volte non sei tu a scegliere ciò che crei.

È qualcosa che, in qualche modo, sceglie te.

Le interviste ai musicisti e ai creativi si alternano alle immagini degli operatori del territorio, in particolare di chi lavora nelle coltivazioni dell’uva e nella raccolta della legna.

E guardando questi boschi, queste distese apparentemente infinite, mi chiedo: ma quanto è vasto il territorio di cui noi, nella vita quotidiana, frequentiamo quasi esclusivamente la parte urbanizzata?

Non varrebbe la pena ripensare anche il nostro rapporto con la natura e, forse, il nostro stesso stile di vita?

Ed è merito di Genesi avermi portato fin qui con il pensiero, perché il loro è un progetto di musica esperienziale ormai conosciuto anche oltre i confini italiani.

Ogni tanto, nel frattempo, il mare si illumina improvvisamente in lontananza per un fulmine.

Il vento aumenta.

E comincio ad avere il fondato sospetto che il mantra «No, non pioverà stasera» non soltanto non abbia funzionato, ma abbia irritato qualcuno ai piani alti.

Siamo decisamente lontani dai primi giorni di agosto, quando l’aria era ferma e placida.

Genesi mette insieme tre elementi: musica elettronica, dialetto e un territorio ricco, smisurato, quasi impossibile da contenere.

E se a Parigi hanno la Torre Eiffel come punto di riferimento, noi ci regoliamo con l’Etna.

Che, oltre a essere molto più grande, ogni tanto fuma. Giusto per farsi notare.

Ricciolidò

Ricciolidò di Francesca Lepore è l’ultima proiezione della serata. Ed è anche la più breve.

Una ragazza, scambiata per una bambina a causa della sua statura, viene presa in giro da un gruppo di ragazzini per strada.

Ma il suo destino le riproporrà più avanti lo stesso schema, in una forma molto più crudele.

Il corto racconta la difficoltà di essere una donna quando non si rientra negli standard richiesti dalla società.

Crudelissima, ma altrettanto veritiera, la scena in cui un ragazzo, di fronte al rifiuto della protagonista di concedersi banalmente sul cofano di una macchina, le risponde: «Meglio, forse non ne valeva la pena».

Una frase terribile proprio perché plausibile.

C’è tanto su cui riflettere in appena tredici minuti.

Finite le proiezioni, parte il dibattito.

E a quel punto si scatenano definitivamente gli elementi, che fino ad allora — bisogna riconoscerlo — erano stati persino educati.

Siamo costretti a mollare gli ormeggi e correre, stavolta in discesa, con il concreto rischio di inaugurare una nuova disciplina olimpica: slittino sul fango, direttamente sull’osso sacro.

Troviamo rifugio nella veranda della casa di Lorenzo.

Nel frattempo Patty mi ha raggiunta. Peraltro a proiezioni concluse.

Le avevo detto: «Metti scarpe comode».

Evidentemente avrei dovuto specificare che zeppe da quattordici centimetri non rientravano esattamente nella categoria.

Perché tra fango, discesa e diluvio, il rischio di concludere la serata al traumatologico davvero, dopo il cinema d’autore, diventa improvvisamente concreto.

Ma è proprio lì che arriva una delle parti più belle: poter parlare con i protagonisti.

La regista e autrice di Ricciolidò mi racconta che lavora come aiuto regista in importanti produzioni — e dentro di me parte immediatamente scatta la voglia di un autografo, anche se pare non si usi più — ma da tempo custodiva il desiderio di realizzare un progetto interamente suo.

La colonna sonora è stata scritta ad hoc e la protagonista, molto espressiva, è in realtà una sua amica, non un’attrice professionista.

Mi racconta che voleva parlare di donne, della difficoltà di affermarsi e di una storia che, pur partendo da una condizione particolare, diventa universale: una donna perché non rientra nei canoni estetici dominanti, un’altra perché sceglie una carriera che ancora oggi viene spesso considerata “da uomini”.

E lì, diciamo, qualcosa ne so anch’io: da avvocato, negli anni sono stata “dottoressa”, spesso “signorina”, qualche volta anche “cara”. “Avvocato”, invece, doveva sembrare un filo troppo impegnativo.

Finisce che parliamo della necessità di lavorare sull’autostima femminile, perché è proprio nelle sue crepe che trovano terreno fertile narcisisti, ghoster, evitanti, love bomber e l’intero catalogo sentimentale dei tempi moderni.

Una fauna ricchissima.

Altro che biodiversità dell’Etna.

Insomma, sequestrato la regista per una ventina di minuti, con buona pace di Patty che, ormai fradicia, aveva un unico progetto culturale: tornare a casa.

Poi mi metto a parlare con Andrea di Genesi e parte un altro confronto appassionato, mentre Sophie, Lorenzo e Andrea continuano eroicamente a trasportare sotto il diluvio tutta l’attrezzatura necessaria per creare comunque la postazione del DJ della serata.

Perché puoi avere pioggia, vento, fango, cavi da salvare e spettatori in fuga, ma il DJ set evidentemente è una categoria dello spirito.

Andrea Cavallaro e io ci troviamo d’accordo su molte cose, soprattutto sulla necessità che, prima ancora dell’innovazione, avvenga in Sicilia un cambiamento di paradigma culturale.

Le cose non possono andare avanti se ogni successo altrui viene vissuto come una minaccia anziché come un esempio virtuoso, uno stimolo, la dimostrazione concreta che qualcosa si può fare.

Ed è importante fare rete, sì. Ma farlo in modo sano, non costruendo “specchietti per le allodole” che producono molta immagine e pochissima crescita.

Io, però, nel frattempo ho maturato un’altra consapevolezza molto meno filosofica:

stasera mi ammalo.

Ho bisogno di una tisana bollente.

Di una doccia bollente.

Di un plaid.

Possibilmente tutti contemporaneamente.

Menomale che non devo cantare a breve.

Anche perché l’aria, come si dice dalle nostre parti – in realtà lo dico solo io – è ormai decisamente “camminatissima”.

Così saluto tutti affettuosamente e torno a casa.

Pigiama di seta verde, vestaglia fiorata giapponese – perché anche la notte vuole la sua parte -computer acceso.

E mi metto a scrivere a caldo di questa splendida e suggestiva serata.

A caldo, peraltro, non è più una scelta stilistica: è un’esigenza clinica.

Alla fine non avrò incontrato TUTTACATANIAAAA.

Ho incontrato qualche decina di persone, tre cortometraggi, storie, idee, artisti, una Sicilia che continua a sorprendermi, un temporale, il fango, una regista sequestrata per venti minuti e un alone piuttosto compromettente sui pantaloni rossi.

Direi che lo scambio è stato vantaggioso.

Perché dove ci sono creatività, persone che provano, sperimentano, raccontano e costruiscono qualcosa di nuovo, c’è ancora speranza.

E i siciliani, quando si tratta di creatività, sono davvero pazzeschi.

Sul meteo, invece, dobbiamo ancora lavorare.

Vo-Cine continua anche stasera e fino a giorno 27 settembre. Trovate tutte le informazioni alla pagina instagram di Marearte.

Colonna sonora per la lettura di questo articolo: “L’amore dice ciao”, di Armando Trovajoli.

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