ANDREA RUSSO, RIDERE DEL CAOS: LA STAND-UP, LA SICILIA E L’ARTE DI TRASFORMARE LE FERITE

Andrea Russo e Giorgia Crimi

Articolo di Giorgia Crimi

Nostalgia di fine estate

È una serata calda da Friccicore, ma molto ventilata. Arrivo che è ancora tramonto: il sole non si vede più, ma ha lasciato una coda rosa sul mare, fino alla riva.

Incontro Saro Sorbello, che mi accoglie con calore, e ci raccontiamo un po’ di progetti futuri. Sì, perché oggi è l’ultima sera e nell’aria, insieme all’odore di salsedine, si respira già una certa nostalgia, come se questa ultima serata si portasse via anche l’estate.

Anche se il caldo non accenna minimamente a diminuire, i primi giorni di settembre segnano inevitabilmente un passaggio. Soprattutto per quelli che si sono goduti la permanenza a casa e devono rientrare al “Nord”, come Nanni Mascena, co-organizzatore e co-ideatore del progetto. E come ho fatto anch’io per una ventina d’anni, prima di ritrasferirmi a Catania e dire “pessempe sì” a questa terra.

E poi diciamocelo: anche se abbiamo finito tutti la scuola da un pezzo — più o meno — a settembre torna quella strana sensazione di chiamata ai banchi e alla lavagna. La campanella che suona, i professori che chiedono se hai fatto i compiti delle vacanze, l’ora solare e il buio. Troppo buio, troppo presto, troppo buio pesto.

Ma perché, poi, l’ora solare?

Lasciando perdere la divagazione sulla misurazione convenzionale del tempo e sulle relative decisioni normative — argomento sul quale sento già pericolosamente accendersi la mia vis polemica — torno a Friccicore.

Saro mi rassicura: a fine ottobre si ricomincia con la stagione invernale.

E ci sono in campo tanti altri progetti.

Con lui abbiamo l’occasione di parlare di tante cose: della voglia di inventarsi qualcosa che ancora non esiste e del fatto che le cose belle nascano soprattutto quando trovi le persone giuste, amici con cui scambiare energie e idee.

Io, ormai, sono adottiva.

Poi Saro si allontana per organizzare gli spazi della serata; nel frattempo arrivano Nanni, Andrea Matteo Petrelli e, soprattutto, l’artista di stasera: Andrea Russo.

Un tablet sul mare in abito attillato con umore femminista

Io mi sistemo al mio tablet, con la mia tastierina e realizzo l’irreparabile:

“Oddio, mi sono scordata le domande sul pc!! Va bene, le riscrivo…”.

Mentre tento di ricostruire la mia professionalità giornalistica, sopraggiunge un signore che farfuglia qualcosa per me indecifrabile. Non saprei dire se per eccesso di latitudine o perché avesse già provveduto ad alzare un po’ il gomito.

Fatto sta che si avvicina e, con fare complice — complicità in ordine alla quale, peraltro, non ricordavo di aver sottoscritto alcun contratto — mi poggia una mano sulla spalla. Così. Con naturalezza.

Io lo guardo con quell’espressione universale che significa: “ma esattamente, con chi crede di avere a che fare?” e, con una certa fermezza, gli comunico:

“Signore, faccia il bravo. Si allontani gentilmente, che sto anche lavorando”.

Fortunatamente raggelato — evidentemente il mio sguardo possiede funzioni che ignoravo — il signore si ritira mestamente fuori dal mio campo visivo.

Perché è sempre bene ricordare che un abito attillato è, per l’appunto, “un abito attillato”. Non un’autorizzazione generale ad acquisire atteggiamenti confidenziali, né tantomeno un lasciapassare per mani in libera uscita.

Ed ecco fare il suo ingresso, neppure troppo discreto, “l’animo Crimi femminista”.

Che può anche indossare un abito attillato.

Ma la distanza di sicurezza la decide lei.

Torno alla mia serata e alla mia intervista. Stasera non c’è luna e non ci sono stelle. Che strano.

Incontro Andrea Russo: simpatico, accogliente, occhi che brillano. Insomma, è lui la stella della serata.

Un caso di “anonimato”

Parto subito con una domanda di altissimo rigore giornalistico: cercando Andrea Russo su internet ho trovato un commercialista, un oculista e un andrologo. Gli chiedo chi sia dei tre, perché, converrà, la piega dell’intervista potrebbe cambiare parecchio.

Lui sta al gioco.

“Come battuta alla fine degli spettacoli, dico: se mi volete seguire, mi raccomando, cercatemi bene, perché se tu su Google non scrivi Andrea Russo comico, il primo risultato è un urologo. Sono 5 anni che pubblico video tutti i giorni e non riesco a diventare il più famoso dell’urologo. Allora aiutatemi, come me, domani apriamo tutti un account fasullo e gli lasciamo una recensione negativa e all’urologo. Devo salire questa classifica!”

E non è finita: un altro Andrea Russo abita persino nel suo palazzo. Una semplice lettera finita alla famiglia sbagliata è stata sufficiente a provocare un piccolo incidente diplomatico tra madri.

“Mia mamma prende la posta, gliela porta e la signora, dice: “guardi. A me non interessa se i nostri figli sono “anonimi”: lei non mi deve aprire la posta!”.

Insomma, non avevamo ancora cominciato davvero l’intervista e Andrea Russo li aveva già battuti tutti e quattro. Anonimo incluso.

L’urologo, però, resta pericolosamente avanti su Google. Per ora.

Chi è Andrea Russo? Tra comicità, solitudine e libertà

Andrea Russo dice di sé di essere la persona più normale del mondo, con il sogno di rendere orgogliosi mamma e papà.

“Ma ho ancora quella parte adolescenziale che sogna di poter parlare a più persone possibili, che sogna ancora… Un giorno mamma accende la tv e mi trova che faccio una parte piccola in Centovetrine, sai il postino arriva…”.

A questo punto, però, la parola “postino” mi distrae e mi sorge un dubbio: non è che Andrea abbia confuso “Centovetrine” con “C’è posta per te”?

D’altra parte, io “C’è posta per te” la riconosco soprattutto dalla sigla, celeberrimo pezzo di Barry White. E già il fatto che io sappia questa cosa — e sappia pure che cos’è “Centovetrine” — dice molto più di me di quanto sarebbe opportuno rendere pubblico.

Poi Andrea, che ha lasciato da tempo la Sicilia e i suoi affetti, introduce la sottile differenza tra le parole inglesi “lonely” e “alone”: una differenza prevalentemente emotiva, che in italiano rischiamo di perdere traducendo entrambe semplicemente con “solo”.

E lui punta proprio su una sfumatura importante della solitudine: quella scelta, cercata, che può diventare noia, spazio di libertà e presupposto di creatività.

“Mi piace un sacco la mia solitudine… “Alone” è sei hai deciso di essere solo… mi piace quella mia indipendenza e libertà per poter creare. Ho bisogno di annoiarmi per poter poi essere divertente e di compagnia”.

I’ve got the power!

Quando gli chiedo da dove parta tutto, Andrea torna indietro nel tempo e individua molto presto una scoperta fondamentale: far ridere significa conquistare l’attenzione degli altri. E, per un bambino, l’attenzione è già una forma di potere.

“Secondo me, in maniera strategica, io avevo capito presto che chi faceva ridere aveva il potere dell’attenzione”.

Era proprio quell’attenzione che voleva conquistare: quella che tutti riconoscevano prima a suo padre, grande mattatore delle comitive domenicali, e poi, in famiglia, a uno dei suoi primi riferimenti artistici, Rosario Fiorello.

“Quando loro tornavano dal lavoro, tu gli volevi raccontare: “sai mamma, ho fatto questo.” Loro erano stanchi, ma se c’era Fiorello in TV, loro ascoltavano lui, perché Fiorello faceva ridere. Quindi avevo l’avevo capito sta cosa subito: darai la tua attenzione a chi fa ridere”.

E così Andrea rubava le barzellette al padre per poi rivenderle a scuola. Una sorta di precoce attività di intermediazione comica, diciamo.

Dall’attirare l’attenzione si passa alle recite, poi al villaggio turistico e, infine, a qualcosa di più.

“Posso usare un termine? tipo una missione”.

Perché, ricordando le parole di Jim Carrey, Andrea sostiene che la gente, quando guarda un comico, spesso non voglia pensare a niente. Almeno per quel momento.

Con la stand-up comedy, però, succede qualcosa di diverso. Ne avevamo parlato anche con Nanni nel corso della nostra intervista.

Nella stand-up si parte spesso da situazioni ordinarie, dal proprio vissuto, e il comico trasforma persino la propria vulnerabilità in materiale.

“La nuova generazione è più attenta ai problemi, quindi vuole che gliene parli, vuole quella carezza tipo “parlamene che hai anche tu questo problema”.

Il valore catartico della stand-up: ridere anche di quello che fa male

“Sì, l’unica regola è non c’è una maschera, sei tu col tuo nome e cognome e tu potresti dire: ma perché è interessante il mio vissuto? Perché il tuo vissuto magari non è solo il tuo”.

Ed è forse proprio qui uno degli aspetti più affascinanti della stand-up comedy: la capacità di universalizzare persino il dolore. Un’esperienza individuale, difficile, imbarazzante o dolorosa viene attraversata dall’ironia e diventa improvvisamente qualcosa di collettivamente riconoscibile.

Ridiamo della storia del comico perché, da qualche parte, dentro quella storia ritroviamo anche un pezzo della nostra.

È una comicità molto diversa da quella dominante negli anni Ottanta e Novanta:

“sono figlio di Colorado, di Zelig, di Salvo La Rosa. Quello era “ridere per ridere”, ma perché in quel momento, quando sono cresciuto io, era anche un bel momento per tutti”.

Andrea parla, quasi sottovoce, di una risata “consapevole”.

“Ridere in maniera non dico consapevole perché non voglio arrogarmi… Io sono felice se già ridi, però mi fa piacere che tu rida anche di cose che prima m’hanno fatto soffrire”.

La stand-up, allora, non produce soltanto un effetto sul pubblico. Può averne uno potentissimo anche su chi sta sul palco.

“Io conosco un sacco di stand up comedian che grazie alla stand up hanno potuto fare gli outing della vita. Perché scriverlo in maniera comica e portarlo era un modo per esorcizzare quello che sembrava una croce. Ma perché sono così? Ma perché penso così?”.

A ben guardare, è una cosa che conosco bene anch’io. L’ho sempre fatta attraverso la musica, cercando di elaborare con le note e con i testi le mie emozioni e trasformando in una forma creativa anche i momenti più difficili.

Lui li fa ridere.

Io, tendenzialmente, ci scrivo una canzone – e non escludo in futuro che succeda anche il contrario, almeno per quanto mi riguarda.

Cambia il linguaggio. Il meccanismo, non così tanto.

Come nasce una battuta: il processo creativo

Andrea è autore dei suoi testi, ha lavorato anche per programmi televisivi e collaborato con altri colleghi. E quindi la curiosità è inevitabile: da dove arriva una battuta? E soprattutto, Andrea aspetta l’ispirazione o la convoca a orari d’ufficio?

Mi spiega che rispetta delle vere e proprie “sessioni creative quotidiane”, organizzandole però per periodi. L’inverno, per esempio, è per lui più prolifico, perché meno impegnato con i live.

“Ho fisse da calendario delle date dove mi impongo da format di portare ogni volta 10 minuti nuovi, non di repertorio. Questa roba qui ti fa sì che tu debba scrivere, quindi almeno al mese – questo negli ultimi due anni – riesco a scrivere una ventina di minuti nuovi al mese. Poi di questi 20 minuti nuovi al mese non è detto che funzionino tutti e 20, magari te ne tieni 3, 5. Però quello è l’obiettivo”.

Quando gli chiedo che cosa continui a ispirarlo, Andrea mi risponde che il processo di riflessione su se stesso non è ancora completo. E forse, a pensarci bene, è una fortuna: per un autore, avere ancora qualcosa da capire di sé significa avere ancora parecchio da scrivere.

“Nei pezzi nuovi ci sono due cose che in realtà covavo da un sacco di tempo: una era un piccolo trauma che avevo vissuto da piccolo, ma che solo ora sono riuscito a decifrare, a codificare, e un’altra, una grande passione per i poeti, tipo che ne so, Divina Commedia, Iliade, diciamo quello che era la narrativa, l’antologia. Perché io in quelle materie ero bravo? Perché lì bastava parlare”.

Poi ci sono le cose del quotidiano, che continuano a essere una miniera inesauribile. Come “la cosa” dello squalo a Catania di quest’estate, per esempio.

Il tutto condito da una buona dose di improvvisazione.

“Una cosa che mi piace sempre fare è quando arrivo in un posto, i primi 5 minuti dedicarli a quel posto, cioè non preparati”.

Da Fiorello a Jim Carrey: maestri, contaminazioni e libertà

Tra gli artisti di riferimento mi cita Fiorello, anche se, a detta dello stesso Andrea, questo non è esattamente da “integralisti” della stand-up. Poi Proietti, il primo Benigni, Albanese — “insuperabile, ogni personaggio era una cosa diversa” — e Jim Carrey, soprattutto per la sua “plasticità”.

Jim Carrey è forse il riferimento più evidente per Andrea, che sul palco si muove moltissimo, arrivando quasi a creare vere e proprie coreografie.

“C’è stata una fase dove mi dicevano quelli di stand-up sei troppo cabaret, quelli di cabaret mi dicevano sei troppo stand-up perché io tendo a muovermi. E io questa cosa l’avevo un po’ rubata a Jim, no? Lo vedevo fare a lui e dicevo: ma allora si può fare?”.

Ma cita anche il catanesissimo Castiglia, per quella capacità di infilare nelle barzellette il dettaglio che ti resta in testa a vita e che, alla fine, diventa parte dell’identità stessa del comico.

Fare ridere non è da tutti!!

Starei ore a parlare con Andrea. È magnetico e, come era successo con Nanni, mi accorgo che mentre lo intervisto sto anche imparando parecchio.

Ma il pubblico comincia a reclamarlo e quindi devo limitarmi a una o due domande.

Più o meno.

Gli chiedo: se fosse davanti a un giudice — e qui, finalmente, gioco in casa — e dovesse difendere la sua comicità come un’arte, un’opera dell’ingegno, quale sarebbe la sua arringa?

Ancora una volta mostra una capacità di improvvisazione notevole.

“Ok, in questo momento storico io figurerei, come codice Ateco, tra i guaritori. Quindi… ora, non dico che mi deve stringere la mano come avrebbe stretto la mano a un dottore durante il periodo del Covid. Però diciamo… fare ridere è troppo facile? Quanto è difficile quello che faccio io!?”.

Il tutto pronunciato con forte accento catanese, che mi ricorda un po’ l’avvocato difensore di Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni) in “Divorzio all’italiana”.

Quanto a retorica, direi che Andrea ha colto perfettamente il tono dell’arringa.

Obiezioni, per il momento, nessuna.

Il futuro: dalla fame del palco alla “cassetta degli attrezzi”

L’ultima domanda. Giuro. L’ultima.

Cosa vuole fare Andrea da grande?

Da buon adottivo milanese mi cita immediatamente il Chiringuito a Bali. Non poteva esimersi.

“No, in realtà allora io so che il comico non lo puoi fare sempre, perché purtroppo a un certo punto smetti di far ridere. L’ho visto. Non so se è la vita, se è l’agio. perché questo mestiere ha bisogno di fame”.

In realtà Andrea ha un sogno più grande — e decisamente più nobile — perfettamente coerente con il suo codice Ateco da “guaritore”.

“Non mi sento in grado di insegnare… Ma mi piacerebbe, come hanno fatto con me, fornire gli strumenti, la cassettina degli attrezzi a chi vuole iniziare”.

Più che insegnare, dunque, Andrea vorrebbe mettere a disposizione dei più giovani gli strumenti del mestiere. Un giocatore che, invece di tenersi i trucchi, decide di passarli alla generazione successiva.

“Mi piacerebbe aiutare i più giovani a prendere il caos di un’idea e farlo diventare un pezzo comico”.

E forse questa è anche una bella definizione del mestiere: prendere il caos e dargli una forma. Se poi quella forma riesce pure a farci ridere, tanto meglio.

Essere siciliani: partire, tornare e trovare la propria voce

Gli chiedo infine se essere siciliano sia per lui un limite o un vantaggio. E se non sia d’accordo con me sul fatto che noi, forse, una piccola marcia in più ce l’abbiamo.

Nel frattempo mi accorgo che quella di prima, evidentemente, non era affatto l’ultima domanda.

“Pure secondo me. Isolano, lo statuto speciale, non sono delle cose randomiche, che sono a caso… cioè secondo me quelle determinano. Per esempio, noi sappiamo che se tu vuoi fare una cosa, te ne devi andare dalla Sicilia. Già questo… ma quando è superare i limiti?”.

Per un siciliano superare lo Stretto di Messina significa già misurarsi con una strana forza di attrazione: quella che continua a richiamarti a casa, ai tuoi genitori, agli affetti, alla tua terra.

Partire è superare un limite. Tornare, certe volte, lo è ancora di più.

È tutto nella scena dell’addio alla stazione di “Nuovo Cinema Paradiso”, quando Alfredo dice a Salvatore:

“non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere”.

Perché è difficile tornare e dover ripartire.

Ma se acquisisci la tempra — e soprattutto se l’Etna decide di non fare troppi capricci — alla fine il “continente” non è poi così distante. E puoi permetterti di andare, tornare e magari ripartire ancora.

Senza perdere il contatto con la tua terra. Anzi, riportandole qualcosa di ciò che hai imparato altrove e, forse, dando anche un po’ di speranza a chi ha deciso di restare.

“Sono stato via un sacco di tempo… Torno con un bagaglio, non dico che me lo posso rivendere, ma in qualche modo lo posso sfruttare e contaminare – quella cosa bellissima che hai detto tu – altri. secondo me questa cosa è bella. Cioè, è utile poi soprattutto alla terra”.

Adesso, però, è davvero il momento di lasciarlo andare.

Il pubblico reclama Andrea e, pazienza, tocca condividerlo.

Lo guardo salire sul palco e ripenso a quello che ci siamo detti: alla solitudine necessaria per creare, alle cose che fanno male e che qualche volta, raccontate nel modo giusto, riescono persino a farci ridere; al caos che può diventare una battuta, una canzone, forse semplicemente un modo diverso di guardare quello che ci è successo.

E penso anche a noi siciliani, che passiamo una parte della vita a voler partire e l’altra a cercare una buona ragione per tornare. Forse Alfredo aveva ragione: a volte bisogna andarsene per diventare quello che siamo. Ma nessuno ci aveva avvertiti che, anche quando partiamo, un pezzetto di quest’isola viene via con noi. E che poi, prima o poi, pretende di essere riportato a casa.

Alzo gli occhi.

Che strano: la serata mi si è di nuovo illuminata, nonostante non ci siano né stelle né luna.

Forse alcune persone fanno proprio questo: arrivano, accendono qualcosa per un po’ e poi salgono sul palco.

Noi restiamo sotto, a ridere.

Magari anche di qualcosa che, fino a poco prima, faceva un po’ male.

Andrea Russo sarà nuovamente in zona il 27 settembre 2026, al Parco Comunale di Sant’Agata Li Battiati, in Via Bellini, per l’Oktober Fest – Beer & Biker.