Articolo di Giorgia Crimi
Dal palco di Taormina all’incontro con Quincy Jones, dalla musica cubana all’ascolto di Verdi e Puccini: il pianista cubano racconta la sua storia, la sua musica e il desiderio di unire le persone attraverso la bellezza.
Qualche settimana fa ho scoperto che a Taormina avrebbe suonato Alfredo Rodríguez. Lo avevo sentito in concerto qualche anno fa a Zafferana e mi era piaciuto da morire… ma negli ultimi anni ho seguito sui social l’incedere crescente, pirotecnico e travolgente del suo successo. Ogni suo video diventa virale; la sua capacità è quella di scegliere un brano, un brano pop, anche super commerciale e modificarlo in chiave latin-jazz, alterando, rielaborando e rendendo complessa la trama ritmica e armonica.
E quindi non potevo farmi scappare la possibilità di ascoltarlo dal vivo ancora una volta e, soprattutto, di incontrarlo.
La serata è bollente: 42 gradi fissi dal mattino, ma i geologi dicono che sarà la più mite delle estati che ci aspettano in futuro…
Beh, nel giardino comunale di Taormina troviamo posto nelle prime file io e il mio musicologo di fiducia, collega pianista jazz e amico, Rosario Di Leo, che mi supporta quando incontro artisti stranieri, come già fatto nel caso di Kurt Elling.
Il giorno in parola, è uomo molto fortunato, perché capita accanto a una ragazza ventaglio-dotata, che lo rinfresca vigorosamente per transitiva… ma che soprattutto, scopriamo, essere amica d’infanzia di Rodriguez o “Alfredito”, come lo chiama lei!

Un concerto che sfida anche il caldo
Il concerto parte ed è affastellato di problemi tecnici, probabilmente legati all’eccessivo caldo. Caldo che Alfredo e i suoi musicisti non aiutano affatto a stemperare: dal loro ingresso, infatti, l’atmosfera diventa bollente!
Subito si parte con un brano famosissimo degli Europe, The Final Countdown, rielaborato in chiave pop-latin, in stile “Alfredito”, e dopo due minuti il pubblico, in delirio, è unanimemente in piedi a ballare.
Rodriguez è magnetico.
Tiene il palco come il ritmo e continua a inanellare un brano dopo l’altro, senza sosta, per oltre un’ora e mezza di concerto.
E nonostante per almeno due volte scatti il blackout sul palco, forse per un sovraccarico, e gli strumenti amplificati elettricamente si ammutoliscano improvvisamente, Rodríguez non si perde d’animo, non si innervosisce, nessun “divismo”.
Lui continua, sorridente, restando in acustico, piano solo, accompagnato dall’effetto percussivo delle mani del pubblico che lui sollecita. Si alza, accennando qualche passo di danza tra un accordo e l’altro, sedendosi giusto in tempo per riprendere al volo le sue note. E magicamente torna anche la luce.
Nessun divismo, solo semplicità
Racconta di sé con semplicità, come nel salotto di casa, come al bar tra amici, tracciando le tappe del suo percorso: dal concorso di musica in Canada all’incontro con il mentore, Quincy Jones e all’attesa di tre anni per poter oltrepassare il confine messicano e accedere agli Stati Uniti. Una storia di resilienza, parola di recente fortemente abusata, ma che esprime, mai come in questo caso, la capacità di Rodriguez di affrontare le complesse tappe del proprio cammino, necessarie conquiste per raggiungere la meta sperata; un artista con elevate capacità trasformative personali.
Alfredo, che è cresciuto in una famiglia di artisti, ha un grande senso dello spettacolo e, in questo, è ben lontano da altri artisti, jazzisti inclusi, che praticano la musica in modo autoreferenziale, quasi dando le spalle al pubblico, con il senso di chi sente di dover essere ammirato per diritto di nascita, a prescindere dalla capacità di comunicare realmente qualcosa.
Al contrario, Alfredo fa musica per la gente, che vuole intrattenere e divertire, con cui non perde mai il contatto visivo. E in questo ricorda moltissimo l’immagine del nostro Carosone degli anni ’50 del secolo scorso.
Lo spettacolo è fluido e arriva in fondo senza che nessuno abbia voglia che finisca… tanto che si perde il numero dei “bis” che Alfredo concede, in una unione finale tra palco e platea, danzando ai piedi dell’artista.
Dopo tutto questo entusiasmo e calore, mi faccio spazio tra la folla degli ammiratori e, con il supporto di Rosario e della nuova amica, mi faccio coraggio e inizio.
Ma Alfredo è accogliente, gentile e molto umile, così come sul palco.
Sono cresciuto con i musicisti
Gli chiedo come sia stato essere un figlio “d’arte”, perché a volte non è facile esserlo…
Ma lui mi parla con entusiasmo, dicendo che essere cresciuto in una famiglia “musicale” è stato “incredibile” e “facile”.
“Mio padre era un cantante incredibile e anche un conduttore, molto famoso a Cuba, Alfredo Rodríguez. E poi sono cresciuto con musicisti. Sono cresciuto durante le sue prove e ho sempre voluto essere un musicista. È il primo ricordo che ho nella mia vita.”
L’arrivo di Quincy Jones
La svolta nella carriera di Alfredo Rodríguez è certamente il Montreux Jazz Festival del 2006, in cui l’artista vinse e ebbe l’occasione di conoscere Quincy Jones.
“Sono stato selezionato tra 12 pianisti in tutto il mondo per suonare lì. E ho avuto l’onore di incontrare musicisti incredibili, incluso Quincy Jones… E quel momento mi ha cambiato la vita perché mi ha detto: “voglio aiutarti, voglio fare qualcosa con te, voglio produrre un album o qualcosa del genere”. Lui non sapeva che ero cubano e vivevo a Cuba. Pensava che fossi cubano in Europa o negli Stati Uniti… Ci è voluto molto tempo per riunirci. Tre anni. Stavamo pianificando…. Non potevamo fare nulla perché ero un cubano che viveva a Cuba. E poi ho attraversato…”
E quando parla di “attraversare” significa oltrepassare il confine dal Messico agli Stati Uniti, un vero passaggio iniziatico che ha segnato l’avvio di una carriera di successo, ma anche la rinuncia definitiva a tornare nel Paese d’origine, in quanto rifugiato politico.
Alfredo parla con estremo affetto e rispetto di Quincy Jones.
“Sono stato con lui per più di 15 anni. È stato incredibile per me poter stare vicino a qualcuno con così tanta storia in musica e arti. Era praticamente un’enciclopedia…”
Il segreto del successo di Alfredo
Di solito la parola jazz allontana il pubblico più giovane. Ma nel caso di Alfredo questo non succede. Gli chiedo quale sia il suo segreto.
“Non lo so. Il mio segreto è l’amore. Amo quello che faccio. Ho così tanta passione per la mia musica, per la mia vita. Per me, la musica è come bere acqua… Fa parte del mio corpo, parte delle mie vene. Sono cresciuto ascoltando musica e suonando musica fin da bambino. Quindi per me non è qualcosa di difficile.”
Alfredo e la musica italiana
Rodríguez ci spiega come, nel suo background musicale, abbia ascoltato tanta musica, da quella colta a quella leggera.
“Ho iniziato con la musica classica quando avevo cinque anni. Ho sempre suonato musica classica per tutta la vita, jazz, musica cubana, musica americana, musica italiana, qualsiasi cosa.”
Alfredo confessa anche di avere ascoltato moltissima musica italiana, e ci fa il nome anche di Eros Ramazzotti.
“Sì, adoro i compositori italiani, molti di loro… E poi, dato che mio padre era un cantante, sono cresciuto ascoltando molta musica pop italiana.”
Poi ci parla di Verdi e Puccini e, come jazzisti italiani, menziona Stefano Bollani, a cui sia io, sia Rosario lo assimiliamo, cosa di cui Alfredo ci ringrazia.
Il dolore fa parte della vita
Chiedo ad Alfredo se per lui la composizione sia solo un momento di catarsi da un dolore e mi ricordo anche delle parole, che mi hanno colpito, di Rita Botto, che mi ha confessato durante la nostra intervista di non amare comporre proprio per lo sforzo di doversi mettere a nudo.
“No, penso… Beh, io ho un’opinione diversa. Per me, il dolore fa parte della vita. E io, come compositore, prendo il dolore e lo metto nella musica. Se sono felice o se provo sentimenti, cerco di tradurli nel mio pianoforte e nella mia musica. E mi piace davvero comporre musica. Penso che sia lì che diventi davvero te stesso. Ed è per questo che ho composto la maggior parte dei miei album.”
Gli chiedo quale possa essere poi oggi la chiave per vincere le sfide dell’industria musicale così competitiva.
Alfredo risponde con cristallino buon senso, anche se ammette che la mia “è una domanda molto difficile”.
“Penso che la musica o la vita siano sempre stati alti e bassi. Stiamo vivendo nuovi momenti, sicuramente stiamo vivendo cose nuove a cui prima non eravamo abituati, ma ricordo che mio padre mi raccontava esattamente la stessa storia. E ricordo che mio nonno raccontava la stessa storia a mio padre.”
Alfredo sostiene che le guerre, il bene e il male, i buoni e i cattivi ci siano sempre stati, ma che bisogna
conviverci e stare concentrati su quello che si fa.
“Preferisco fare questo, preferisco concentrarmi sulla creazione di musica che faccia godere la vita alle persone, che motivi e ispiri le persone solo a creare qualcosa che le renda felici invece di essere tristi. Questo è ciò che voglio per il mondo. Quello che voglio per il mondo è che le persone siano felici, che le persone condividano l’amore.”
Alfredo vuole lanciare un messaggio di unione.
“Anche se possiamo essere diversi, e va bene ed è accettabile, ma penso che dovremmo essere rispettosi della tua cultura, della tua istruzione, del tuo paese di provenienza, dei modelli di riferimento, e penso che questo sia qualcosa che ci manca molto in questo momento, quindi spero che la mia musica unisca le persone, è quello che vorrei davvero facesse.”
La casa è un posto nel cuore
Nonostante il successo di Alfredo, certamente non deve essere facile la condizione di chi non può fare rientro nella propria patria, salvo dover rinunciare ai privilegi dello status di rifugiato politico. E non è credibile che non ci possa essere mai una qualche forma di nostalgia.
Per cui la domanda è d’obbligo: dove ti senti a casa?
“Sul palco, con la mia musica, con mia figlia, con la mia famiglia. Sì. Dopo Cuba. La mia casa è nel mio cuore. Queste sono le cose che sono la mia casa.”
Senza considerare la vita da artista…
“Per me è difficile perché ho lasciato il mio paese. E una volta che lasci il tuo paese e inizi a vivere questa vita, perché ci sono persone che lasciano il loro paese, ma restano in un posto per tanti anni, senza viaggiare… Ma per me non è così. Ora sono a Taormina, e domani sarò in Malesia, poi saremo a Tokyo, poi saremo a Dubai. E lo faccio da quasi 15 anni. Non è un anno. Non è facile.”
Tanto più è difficile perché Alfredo ha una figlia a cui è molto legato e con cui si vede su Face Time.
“È difficile, ma lei sa. Sa cosa fa suo padre. Ed è qualcosa che mi rende orgoglioso di mia figlia.”
Il sogno più semplice
Per finire, gli chiedo quale sia il sogno di Alfredo, a lui che ne ha già realizzati tanti.
“La più difficile… (domanda). Il mio sogno è essere vivo. Il mio sogno è essere vivo, vedere crescere mia figlia. Voglio vedere la mia famiglia felice. Voglio vedere crescere mia figlia. Voglio essere sul palco. Voglio portare felicità al popolo. Questo è il mio sogno. Solo poter continuare. È un sogno molto semplice, perché non sto sognando qualcosa di materiale, né qualcosa di estremamente grande, ma sono umile e vorrei ricevere il regalo più bello che per me sarà semplicemente continuare con la stessa vita che ho.”
Ci salutiamo, ci abbracciamo e scattiamo la foto di rito.
Il giorno dopo aver pubblicato la nostra foto, mi ritrovo su Instagram, nei messaggi privati, un “grazie di cuore” da parte di Alfredo.
Ed è meraviglioso quando personaggi così importanti e famosi sanno ancora mantenere, davvero, i rapporti umani.
Forse è proprio questo il tratto che più mi è rimasto dell’incontro con Alfredo Rodríguez: dietro il pianista magnetico, il virtuoso, l’artista capace di trasformare ogni brano e di trascinare un’intera platea, c’è un uomo che continua a parlare di famiglia, di radici, di amore e di felicità.
Uno che ha lasciato la propria terra, ma non le proprie radici. Che ha attraversato un confine per inseguire la musica e che oggi, viaggiando da un capo all’altro del mondo, sembra aver trovato la propria casa non in un luogo, ma nelle persone e nella musica.
Forse non è un caso che, alla fine, il suo sogno più grande non sia qualcosa da conquistare, ma semplicemente continuare a vivere, a suonare e a portare con la musica felicità alle persone, una definizione bellissima di ciò che dovrebbe essere la musica.. E, devo dire, secondo me, ci riesce in pieno. Che sia questo il segreto del suo successo?
