Mizzicafest, un palco dove prima non c’era: due giorni di musica, talento e ostinazione ai piedi dell’Etna

Articolo di Giorgia Crimi

Una promessa è una promessa

La giornata è davvero caldissima.«Alle 16:30 non ce la faccio proprio a essere a Pedara, anche perché ci sono più di 40 minuti di strada da Acitrezza, traffico permettendo. E poi io ancora l’aria condizionata in macchina non l’ho fatta sistemare…».Ma poi alle 17:20 mi sono messa in macchina, nonostante il “bollore”, e alle 18 sono arrivata: “una promessa è una promessa!”.Lascio la macchina nel vicino parcheggio e raggiungo il Centro Expo di Pedara, una bellissima location dove trovo un’organizzazione ineccepibile e l’accoglienza di un team davvero perfetto.Il palco e i suoni sono davvero straordinari, tipici dei grandi eventi. Il rosa, colore dominante dell’allestimento, si sposa perfettamente con la tinta che assume il cielo al tramonto, circondando il campanile della Basilica di Santa Caterina di Pedara. E sullo sfondo l’Etna, che domina la scena come un gigante rilassato che fuma il suo narghilè, pronto a godersi lo spettacolo.

Il primo giorno: parole, suoni e tramonto

Lo spettacolo si apre con Enea Sinatra che, con la disinvoltura con cui probabilmente scende dal letto, pantaloni corti e infradito, calca il palco con evidente freschezza e con i suoi versi dolci e discorsivi.Segue Brando Madonia il quale, in una veste apparentemente spoglia, costruita solo su violino, voce e chitarra, suonati dall’artista stesso, riesce a creare un’atmosfera davvero essenziale, ma pregnante, che cattura l’ascoltatore, mettendo in luce anche il testo di ciascuno dei pezzi, dei quali emerge con chiarezza tutto il senso, profondo e maturo.La mia voglia di ascoltare attentamente artisti e autori nuovi e di conoscerli per poterne parlare viene più volte disturbata dalle chiacchiere a voce alta di chi ancora, purtroppo, è portato a confondere un concerto con un’occasione di networking, solo perché all’aperto e si può bere anche una birra.A costo di sembrare antipatica, richiamo più volte al silenzio chi, persino sotto palco, accanto a me, sta usando un tono di voce troppo alto, nel rispetto degli artisti e di un ascolto condiviso e concentrato.Ma, per fortuna, scendendo la notte, è il buio a rallentare l’uso non necessario della voce da parte del pubblico, come a dire “ehi, adesso c’è solo da ascoltare, shhhh!!”.Angelo Sul Serio ha la fortuna di iniziare nel punto più rosa del tramonto e di condurre il pubblico verso la notte.Lo avevo già ascoltato da Marearte, un’altra interessantissima realtà che sta nascendo a Catania.Anche lui, con la semplice voce accompagnata dalla chitarra, è in grado di portare l’ascoltatore con sé nel suo mondo, fatto di parole — che si capiscono, a una a una, un grande valore per un cantante moderno — dove regna la filosofia, i simboli e la trasfigurazione della realtà, ma con grande ironia.Un intellettuale vero, che mette in poesia il suo pensiero e di cui apprezzi sia la musica sia le parole, nonché la capacità di coinvolgere il pubblico, con grande padronanza della scena.Io e La Simo, l’amica che mi segue nelle mie avventure musicali, siamo talmente coinvolte dall’esibizione, dai suoni, dalle luci da perderci e sentirci parte della scena, come se non ci fosse più il distacco tra l’artista e il pubblico. Una bellissima sensazione!Mi colpiscono poi gli MDE. I loro sono affreschi moderni, che però ricordano il fare poesia partendo dalle cose più semplici di Fabio Concato; nel loro caso si parte da un’arancia.Sono in sei sul palco e il tempo passa con il desiderio di sentirli ancora suonare.Purtroppo mi sono persa Aura, di cui ho visto solo la coda dell’esibizione, apprezzando la capacità di tenere il palco. E a dire il vero, purtroppo, mi sono persa le esibizioni degli artisti che sono avvenute tra le 16:30 e le 18:00 di entrambi i giorni del Mizzicafest, mea culpa!

Davide Shorty: la generosità di un’artista

La serata si conclude con il grandissimo Davide Shorty, un artista completo.Mi è sempre piaciuto il suo stile, ma non avevo mai apprezzato così tanto la sua capacità vocale, la sua intonazione, la ricchezza del suo timbro, che fa capire quanto importanti siano stati i suoi ascolti musicali; personalmente, sento Stevie Wonder, alle cui armonie mi ispiro nel mio modo di comporre.Davide è generoso, tiene la scena con calore, accompagnato dal suo “pad” e, alla batteria, da Joe Allotta; come una figura di velluto si staglia danzando, in bilico sul palco, e conquista il pubblico, anche se non tutti conosciamo le sue canzoni. Tutti, tranne un bambino di non più di otto o nove anni che, in un perfetto look “urban style”, cappellino e occhiali scuri inclusi, balla ai piedi dell’artista e canta con lui, parola per parola.Il repertorio è ricco, i testi elaborati (ma come fa a ricordarli tutti!).La palermitanitudine e le canzoni condite di dialetto siciliano sono note che arricchiscono, non c’è che dire!Mi colpisce soprattutto la sincerità con cui parla di alcuni specifici momenti di difficoltà e del fatto che sia riuscito a superarli, pensando a quanta fiducia e amore abbiano riposto in lui i suoi genitori, senza i quali non avrebbe raggiunto le sue mete.Davide continua anche quando si fa tardi e la gente comincia a scemare, perché ha voglia di cantare e occasioni come il Mizzicafest, con la stessa calda accoglienza, per sua stessa ammissione, non capitano spesso.Torno a casa stanca, ma felice.Mi addormento pensando che non potrò mancare il giorno dopo, a costo di andare da sola.Seconda sera, con figlia al seguito. Così, anche se non ho La Simo, convinco — meglio dire, costringo — la mia Lalù (abbreviazione milanese di “La Ludo”; “noi” milanesi mettiamo sempre l’articolo prima del nome, you know!..) di 12 anni, ad accompagnarmi, dietro promessa di un gelato finale.Spoiler: sarà così stanca alla fine che dimenticherà pure la promessa!

Seconda sera, con figlia al seguito

Così, anche se non ho La Simo, convinco — meglio dire, costringo — la mia Lalù (abbreviazione milanese di “La Ludo”; “noi” milanesi mettiamo sempre l’articolo prima del nome, you know!..) di 12 anni, ad accompagnarmi, dietro promessa di un gelato finale.Spoiler: sarà così stanca alla fine che dimenticherà pure la promessa!

I Musigatti e la voglia di sperimentare

Aprono la serata i Musigatti.«Ma quanti sono! Una ricca cucciolata davvero!»In coordinato nero, giacca e cravatta, hanno uno stile che mi ricorda un po’ le primissime Vibrazioni e un po’ Dirotta su Cuba: riferimenti di tutto rispetto, nel mio mondo musicale.Sono molto simpatici e dimostrano anche grandi capacità strumentali nell’esecuzione di due standard acid jazz, riarrangiati per la serata.Quando poi ho l’occasione di incontrare i due cantanti, lui, 20 anni, mi dice che ha iniziato Psicologia, ma adesso, con l’ammissione al Conservatorio in Canto Jazz, non sa come fare a proseguire — io, avvocato, laureata anche in canto jazz, lo incoraggio, ovviamente. Lei, 18 anni, sta valutando la carriera in Medicina.Insomma, ragazzi in gamba, che cercano di integrare mondi diversi. E va bene così, non è affatto “disdicevole” fare più cose; la musica va nutrita anche di esperienze reali e, in un mondo così complesso, non si può fare a meno di avere un piano “B”.

Meli e quello “Spicchio di luna”

È il turno di Meli, che dal suo ingresso riesce a creare un silenzio lunare intorno a sé. O forse sta nella mia immaginazione creativa…Sarà quel solo di basso, in apertura, del bravissimo Salvo Coppola. Saranno gli occhiali dei quattro musicisti — no, il chitarrista non ce li ha! Sarà quel tempo sospeso, rallentato, la scelta di luci soffuse sul palco, quasi di un lampione.A poco a poco prende forma “Spicchio di luna”, magico pezzo di Sergio Caputo, che soprattutto nella versione live del 1987, con Julius Farmer al basso, riconosco solo io in tutto il pubblico…Ma Meli mi ha già conquistata!E poi mi convincono anche le sue composizioni, il suo essere così schivo, con i piedi ben piantati per terra, semplice, ma altrettanto magnetico nella sua creatività. E faccio amicizia con lui e con i suoi musicisti, Salvo, appunto, e Sasha Santonocito, con cui ci mettiamo a parlare di diritto d’autore.

Vittoria Sciacca: le storie degli altri diventano musica

Vittoria Sciacca è l’artista successiva, con una band composta da viola/violino, batteria e lei alla voce e alla chitarra.Apre le porte a un racconto che non dimentica né l’armonia né il ritmo. Scrive canzoni d’amore, affatto banali, esprimendo pensieri semplici, ma altrettanto significativi, anche quando canta del riposino pomeridiano e del sonno che non arriva mai.Mi piace perché dice che lei ruba le storie degli altri e le mette in musica, cosa che faccio anche io.Posso dire che, complessivamente, stasera c’è un pubblico meno rumoroso e il silenzio valorizza la musica.

Entropy: un vortice di musica

Entropy apre ad atmosfere internazionali, anche se lui proviene da Pedara.La sua musica narra armonie rarefatte ed evanescenti, ricordando Coldplay e Pink Floyd.Un tunnel di musica in cui scivolare dentro e poi farsi proiettare in aria.Claudio Covato: quando il dialetto diventa poesia

Claudio Covato: quando il dialetto diventa poesia

E quando pensavo che la serata fosse già conclusa, alla luce di tutte le emozioni vissute, arriva lui: onesto nella sua semplicità, voce, chitarra e una gran testa di ricci.Claudio Covato ha l’approccio di un cantastorie, ma con la modernità del soul di Pino Daniele, nella voce, così fluida e sonora, e nelle armonie, ricche e ricercate.I suoi brani sembrano già dei successi, anche quando sono in dialetto, tanto che mi chiedo come sia possibile che io non sappia già le parole!Ma io non lo conoscevo e di questo poi, quando lo incontro, mi scuso, con lo stesso calore con cui gli mostro la mia profonda e sincera ammirazione.Lui è il vincitore di Musicultura 2026 ed è il caso di dire che, ogni tanto, questi premi vanno davvero alle persone giuste.E quando canta in dialetto, inanella quelle vocali senza che sembrino dure, come a volte è il siciliano, né mai “di maniera”, come sono, ahimè, alcuni pezzi che si rifanno alla tradizione, quando insistono sempre sugli stessi giri armonici.”Pensimi” mi fa scendere le lacrime, ma piango con il gusto di emozionarmi!Poesia pura. Non ho altro da dire.Suggerisco un ascolto. E magari poi anche il secondo. E poi ancora…

Elena Rinaldi, musica come sospesa

Chiude la serata in bellezza Elena Rinaldi, che mi piace tantissimo.Ha una band che arricchisce le melodie ricercate e intime dell’artista. I suoi suoni creano come un involucro gassoso che mi riporta a un’artista che mi piace tanto, Alice Phoebe Lou.

Oltre la musica: le domande

Inutile dire che, oltre ad aver assistito alle serate con attenzione ed emozione, ho colto l’occasione di conoscere molti degli artisti e autori che si sono esibiti, tutti quelli che hanno supportato Sergio Gulotti, ideatore, ma anche braccio esecutivo della manifestazione, come la community di Sgrusciu e tutti “ragazzi del Mizzicafest”, come dice lui.Ma sono sorte in me anche delle domande, perché, oltre a essere un’artista che si emoziona, sono anche un avvocato, dotata di spiccata vis polemica.E mi chiedo come mai non ci fossero altri giornalisti o la televisione ad assistere: questo Festival avrebbe meritato l’attenzione del servizio pubblico, a mio avviso.Mi chiedo come mai produttori ed editori, locali e nazionali, non siano stati attratti da un evento che ha portato alla luce dei talenti veri: non meri esecutori di musica altrui, ma giovani autori che hanno il coraggio di portare avanti le proprie idee e la propria musica.Mi chiedo ancora come mai non ci siano stati aiuti economici più significativi da parte delle istituzioni.Ma il Comune di Pedara probabilmente ha fatto quello che ha potuto. In questo senso, però, le istituzioni avrebbero potuto creare una rete virtuosa tra i comuni etnei e/o coinvolgere anche la Città Metropolitana di Catania, perché questi artisti emergenti potrebbero essere un reale strumento di promozione e valorizzazione del nostro territorio tutto.Voglio sperare che questo avvenga in futuro.E soprattutto voglio sperare che gli artisti giovani che sono riusciti ad emergere già, oltrepassando lo Stretto, in senso fisico ed iniziatico, vogliano supportare eventi come questo.Mi riferisco ad esempio a Tony Pitony, Delia, Marco Castello, Levante, Colapesce, Dimartino, senza parlare di Mario Biondi, Mario Venuti, Carmen Consoli, Kaballà, Marcella e Gianni Bella e tanti altri ancora, il cui successo è ormai consolidato e indiscusso e che potrebbero fare da mentor agli emergenti. Non possiamo trovare in Sicilia il nostro Quincy Jones o, meglio, anche più di uno?Voglio augurarmi che questa iniziativa possa avviare un circolo virtuoso, restituendo a tutti gli operatori culturali la voglia e la possibilità di dare nuovo spazio ai cantautori e, più in generale, ai nuovi creativi. Invece di continuare a moltiplicare festival in cui gli artisti si incontrano sul palco semplicemente per suonare, senza una vera progettualità, spesso impropriamente ed abusivamente sotto l’egida della parola “jazz”, sarebbe bello creare occasioni in cui possano nascere e trovare spazio idee, linguaggi e progetti nuovi.Perché il talento, da solo, non basta. Ha bisogno di essere ascoltato, sostenuto, messo in rete. E soprattutto ha bisogno di palchi.

Un palco dove prima non c’era

Io mi porto a casa un bagaglio ricco di emozioni e di speranza, consapevole che le cose non accadono se non ci si mette d’impegno per fare in modo che accadano.Esattamente come ha fatto Sergio Gullotti, che ha creato un palco dove prima non c’era.E forse è proprio questo il senso più autentico del Mizzicafest: non soltanto mettere insieme degli artisti e farli suonare, ma creare un luogo in cui qualcuno possa essere scoperto, ascoltato, riconosciuto.E seppure mia figlia Ludovica, di 12 anni, non abbia fatto altro che commentare ogni mia azione come “cringe”, in fondo penso che anche lei si sia divertita.E magari abbia capito una cosa che vale più di qualsiasi festival: che i sogni non aspettano. Si costruiscono. Da soli, se serve. Ma credendoci sul serio.