La nostra storia prende vita a Bongiardo, quartiere periferico di Santa Venerina. Qui tutte le famiglie che vi risiedono sono identificate con il soprannome, “u ngiuriu”, che accompagna il cognome di tutti i componenti della famiglia.
Ricorda l’autore che ragazzino a scuola ha avuto difficoltà a capire che il maestro lo chiamava all’appello: tanto si era sempre identificato con u ngiuriu che non comprendeva che lo stavano chiamando. U ngiuriu che distingueva il protagonista era “Cantalanotti”, derivato da due vecchi parenti che facevano le serenate d’amore per i promessi sposi e futuri fidanzati.

Un albero, un grande ficus piantato in un luogo simbolo di ritrovo, era “l’albero delle minchiate”. Di tutto succedeva sotto la sua chioma: ci si riuniva, si curtigghiava, ci si fidanzava, si prendevano decisioni importanti, ci si organizzava e si può dire si passavano momenti di spensieratezza.
Il termine minchiate si collega anche a un mazzo di carte fiorentino dell’epoca di Lorenzo dei Medici, che conteneva tutte le carte dei tarocchi più altre. Il gioco consisteva nel riuscire a rendere privo di carte l’avversario e in quel caso si diceva che il concorrente veniva sminchiato.
Come dire che questo gioco porta a descrivere cose verosimili, che possono accadere, ma che non sono sicuramente certe, quindi che possono essere appunto delle minchiate, fantasie. Comunque sono fantasie pensate e organizzate, la minchiata deve avere una propria struttura.

La sera del 13 agosto 2026 sarà ricordata come una serata di grande caldo che però non è stato un deterrente, vista quanta gente ha partecipato: nella Casa del vendemmiatore di via Trieste a Santa Venerina è stato presentato il libro “Canta La Notte”, scritto a quattro mani da Giuseppe Puglisi e da Ylenia D’Autilia.
Evento organizzato dall’associazione Storia Cultura Sviluppo Territoriale, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco, tutti di Santa Venerina. Ylenia ha “cantato” il racconto con una poetica e una scenografia tali da rendere lo stesso vivo e immersivo.
Racconto è riduttivo come termine, potrebbe essere denominato un saggio, vista la rappresentazione di luoghi e usi identificativi di una cultura e degli usi di un territorio.
Canta La Notte è il racconto della vicenda umana di Giuseppe Puglisi tra la Sicilia dell’immediato dopoguerra e il Veneto della grande migrazione interna. Due territori accumunati da uno stesso destino, la migrazione.
Ritorna alla mia mente il mio soggiorno a Milano negli anni settanta quando i siciliani erano chiamati “i terroni del sud” e i veneti “i terroni del nord”. Giuseppe, “Pippo”, parte con una valigia piena ma lascia qualcosa in Santa Venerina, qualcosa che non può prendere il treno con lui: lascia il cuore lì sotto l’albero delle minchiate. In una terra che lo ha visto amante e complice di quella natura forte e governata da mamma Etna.
Lascia aperta sempre la porta, nei capitoli che si susseguono richiama sempre alla riflessione chi quei posti li conosce e li ha vissuti. Il romanzo intreccia la memoria individuale di Giuseppe e di un territorio interessato da grandi trasformazioni sociali, economiche e culturali che hanno cambiato usi e costumi dell’Italia del secondo Novecento.
Ricordi e racconti familiari che restituiscono il ritratto di un uomo appassionato, sensibile e principalmente amante della natura e del suo territorio, la cui esistenza diviene punto di osservazione privilegiato per comprendere fondamentalmente come stia cambiando la storia del Belpaese: la vita nella provincia etnea, l’abbandono della terra d’origine, il viaggio verso il Nord, la ricerca di opportunità, la costruzione di nuove appartenenze, senza mai tagliare il legame, l’ombelico con la madre terra e con le proprie radici.
Dal romanzo emerge uno spaccato, un disegno, che restituisce voce a una generazione intera che ne fu protagonista. È una riflessione sul significato di memoria, sul valore delle relazioni e la meraviglia dell’esistere e di esserci. Un libro dedicato a tutti: a chi è partito, a chi è rimasto, a chi ha accolto, a chi ha ancora tanto da dare e da ricevere e a chi continua a cercare.

Hanno partecipato, insieme ai due autori, Francesco Stefano Russo, Gaia Previtera e Pietro Adornetto che hanno letto alcuni passaggi del libro; i musicisti e cantanti Gesuele e Francesca Sciacca e Daniela Greco; ha moderato un grande oratore che è il già preside Giovanni Vecchio.
In una serata di sicilianità non poteva essere se non la “banda Sciacca” del maestro Gesuele ad allietarci in un giro di suoni e canzoni del Maestro Franco Battiato, con le liriche e le preghiere che lo stesso ha lasciato in dono all’intera umanità.
Un rammarico rimane, certo, quando si pensa alla fine che fa l’albero delle minchiate: l’albero fu offeso con dei petardi infilati nelle cavità del tronco, ma non si fermarono là: tutto ebbe fine il 27 febbraio 2024, quando tre operai e un cestello si fermarono sotto l’albero delle minchiate per abbatterlo.
Tagliarono così il tempo squarciando i cuori e le menti. Non ci sarà più un albero ad aspettarti e ricordarti quanti sotto di esso si sono innamorati, hanno litigato, concluso affari, sviluppato idee nuove con la complicità della sua ombra. Era andato via, era stato ucciso l’albero. L’albero è morto così come tante persone che avevano passato del tempo sotto la sua fronda.
Dimenticavo ma non troppo: il ricavato della vendita dei libri non sarà utilizzato, come scherzosamente indicato dall’autore, per far fronte alle spese di acquisto di una moto Ape 250 pl, ma sarà devoluto in beneficenza. La serata non si è conclusa se non dopo un bel rinfresco per quanti erano intervenuti.
Articolo di Giuseppe Lagona
