Rita Botto, la voce che non si è mai fermata

Articolo di Giorgia Crimi

Ha iniziato a cantare professionalmente a ventinove anni, quando pensava che fosse ormai troppo tardi. E invece era soltanto l’inizio. L’ho incontrata dopo aver assistito al suo concerto del 30 giugno scorso, per il gran finale dell’edizione 2026 di Jaci & Jazz in programma in piazza Duomo ad Acireale. Rita ha travolto con la sua energia il pubblico di Acireale, contagiando con la stessa simpatia anche me durante la nostra conversazione.

In questa intervista, l’artista ripercorre il suo cammino artistico: dall’esclusione alle eliminatorie di Bologna dello Zecchino d’Oro con Mago Zurlì (solo perché non era “telegenica”), fino alla città che l’amore le ha fatto scoprire e in cui è rimasta anche quando l’amore è finito. Abbiamo parlato di talento, tecnica e della libertà di scegliere la propria strada. Ecco a voi le parole “nude” di Rita, salvo gli adattamenti editoriali.

Pensavo di aver perso il treno

Il percorso musicale di Rita è così insolito da consolare anche chi, come me, fa tre lavori (quattro, contando la collaborazione con il giornale) e continua a sentirsi una ragazzina con il sogno della musica. La sua storia dimostra che non esistono regole “scritte”: il proprio sogno lo si scrive da sé.

“Alla musica sono sempre stata vicina. Ma non è che ci credevo molto quando ho iniziato…”

“La gente cominciava ai 18 anni, anzi ai 16, quindi figurati.. ma dove devo andare a 29 anni?”.

Forse è solo dopo la fine del matrimonio, quando il canto è diventato “sussistenza”, che Rita ha iniziato a crederci davvero. Ed è lì che è diventato anche “… un modo di vivere … di sentirmi qualcuno che faceva qualcosa nel mondo …. Avevo trovato finalmente una mia dimensione”.

Un percorso talmente particolare che il suo primo disco esce quando lei ha già compiuto i 50 anni. Ma ha avuto la fortuna di trovare un produttore “vero”, che ha creduto e investito su di lei.

Ho trovato il mio vestito nella musica popolare

Per Rita, la chiave sta nel trovare ciò che ti rende riconoscibile.

“Il problema è avere un’identità.. Quando ho trovato la dimensione del canto popolare, già è stato più semplice per me avere un’identità.. Poi da poco era morta Rosa Balistreri, per cui un po’ mi sentivo, come siciliana, di tenere in piedi questa tradizione.”

La composizione non mi attrae

Quanto alla composizione, Rita ammette con grande sincerità di non sentirne il bisogno: non c’è un’esigenza, non mi viene di scrivere… Mi sono messa a farlo perché me lo chiedeva il produttore.”

Il motivo, spiega, è che una persona “deve soffrire per scrivere un pezzo”: non essendo interessata alla scrittura a comando, ha composto poco. Ma ciò che ha scritto è davvero “autentico” e sentito, come si è potuto ascoltare chiaramente nei suoi brani durante il concerto ad Acireale.

Prima imitare. Poi dimenticare

Rita racconta di non aver mai seguito percorsi musicali formali, ma di essersi formata da autodidatta — pur avendo poi insegnato a lungo, grazie alle sue grandi capacità vocali, interpretative e all’intonazione perfetta.

“È artigianale, è tutto artigianale… perché io non è che ho avuto qualcuno che mi ha insegnato come si faceva. Rita ha imparato ascoltando le grandi cantanti jazz come Carmen McRae e Dianne Reeves, costruendosi un proprio metodo di studio per replicarne e farne proprie le tecniche vocali e interpretative.

“Dopo di che io poi non ho ascoltato più niente.. non devi pensare più a quello che fai. Devi esprimere, cioè è tutto a supporto di quello che stai dicendo e di quello che vuoi dire”.

Il diploma non fa un cantante

Rita ha seguito anche molte allieve che studiavano già in Conservatorio, e osserva che i percorsi formali “un po’ ingessano … e quindi poi è difficile togliersi il gesso… ..”.

Suggerisce piuttosto di contare solo su sé stessi, senza l’appoggio della “scuola”, interiorizzando i percorsi di studio fino a diventarne padroni. In questo senso, menziona il collega Ruggero Rotolo, che pur senza studi formali, è un batterista eccezionale.

“Ripetere a pappagallo fa benissimo. Poi devi dimenticare il “pappagallo”.

Uscire dalla Sicilia è utile a crescere

Con una riflessione più ampia, anche alla luce della sua lunga permanenza a Bologna, Rita sostiene che l’individualismo tipico dei siciliani andrebbe superato, a partire dall’acquisizione di più sane abitudini collaborative.

“Forse fuori, confrontandoti con tanti artisti, cominci a capire che poi il mondo non è per forza scontrarsi, ma è anche unirsi”.

Il mercato chiede compromessi

Parlando di talent, mercato musicale e meccanismi discografici, Rita non condanna chi rinuncia alla coerenza a favore della popolarità: “per farti fare dei tour, per fare delle cose, sei obbligato in qualche modo a fare delle cose che sono di facile acchito, di facile presa.. Io credo che un po’ bisogna farlo. Voglio dire, anche Giuni Russo ha fatto un’estate al mare eccetera.” Ed era la grandissima Giuni Russo!

Secondo Rita, soprattutto all’inizio della carriera, rifiutarsi significherebbe negarsi delle possibilità, perché la popolarità significa entrare nelle case di tutti.” Si tratta, in ogni caso, di scelte — anche se poi può essere difficile tornare a essere realmente sé stessi.

Il consiglio? Ascoltare tutto

Le chiedo cosa suggerisca a chi vuole intraprendere questa professione, e lei mi risponde: provarle tutte .. ascoltare molta musica .. cercare di reimparare a orecchio i brani, rifarli seguendo diversi stili.. e buttarsi, buttarsi, buttarsi proprio!”.

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Rita Botto sarà il 1° agosto all’Anfiteatro Parco Princessa di Santa Venerina (CT) con il progetto RITA BOTTO & LA BANDA DI AVOLA. Andate, se potete. Io sarò in prima fila!