Javier Girotto: quando la tecnica incontra l’emozione

Articolo di Giorgia Crimi.

Il 13 agosto 2026 sono andata a sentire in concerto Javier Girotto, presso Marearte, ad Acitrezza.

Vale sempre la pena frequentare le iniziative che organizzano da Marearte, sia per la loro qualità, sia per il posto: un’isola sospesa tra i faraglioni e il cratere in eruzione, dove anche la temperatura cambia e si sta bene, nonostante fuori ci siano oltre 35 gradi.

Stavolta mi attrezzo con zeppe e gonna larga per affrontare la salita: alle 19:30 la sciara è tutta mia! Anche perché La Simo, come annunciato, non c’era e Natalie è andata in soccorso di un altro amico, che si è appena s-fidanzato. Ma non si poteva spezzare un altro giorno ’sto cuore?! Che tempestività…

Ma va bene, di necessità virtù: la solitudine non mi spaventa.

Così arrivo e, sullo sfondo di un’Etna ebbra di fumo e cenere, vedo i musicisti intenti a fare le ultime sistemazioni del palco; vado a salutare i miei amici, Andrea Liotta, peraltro direttore artistico dell’offerta musicale di Marearte, e Rino Cirinnà, sassofonista, compositore e coprotagonista della serata, che mi presenta Javier Girotto.

Dal sogno di diventare calciatore alla musica

Javier mi spiega che il suo primo sogno non è stato la musica, perché ha iniziato con il calcio e la passione per la musica è subentrata grazie al nonno.

“Diciamo 8 anni… mi ha portato alla banda, facevo parallelamente uno e l’altro. Poi ai 12 anni ha iniziato un po’ a piacermi questo mondo della musica, l’ho iniziato a prendere un pochino più sul serio, quindi a studiare un po’ di più e, diciamo, quando è arrivato il primo lavoro, a 14 anni, con dei gruppi anche importanti di là, ho iniziato un po’ a suonare in giro, soprattutto gruppi della musica leggera di là, e allora hanno iniziato sempre a prendermi più sul serio.”

Girotto all’epoca stava in Argentina, anche se i nonni erano italiani, originari della Puglia per parte di madre e del Veneto, per parte di madre.

La borsa di studio a Berklee

A un certo punto è arrivata Boston e la borsa di studio al Berklee College of Music, il più importante istituto al mondo per la formazione in musica contemporanea.

“La borsa di studio per me è stata anche un motivo per andare via, perché in quel periodo in Argentina i visti non li davano. E diciamo che la borsa di studio è stato il motivo, grazie al quale mi hanno dato il visto per andare, per emigrare e andare a studiare negli Stati Uniti.”

Un percorso non facile…

“Ma dai, sai, quando sei ventenne sei un po’ più spensierato… subisci un po’ la fame, ma tutte quelle difficoltà, da piccolo, insomma, non ci fai caso.”

Dagli USA, Girotto si sposta a Roma, dove era venuto solo perché gli scadeva il visto, come soluzione passeggera, ma “poi è stata una settimana di amore a prima vista con l’Italia e ho deciso di rimanere”.

“Negli Stati Uniti è bello l’aspetto professionale, studiare, contornarsi di musicisti pazzeschi. Ma dopo c’è anche la vita e la vita non era quella americana, quel modo di vivere che a me non piaceva del tutto. Ecco, diciamo che l’Italia si avvicina molto al nostro modo di essere in Argentina, quindi…”

La professione, ma anche la ricerca di equilibrio personale

Perché, oltre al lavoro, c’è anche la qualità della vita e, sul punto, Girotto ha sempre avuto le idee chiare, forse anche grazie alle sue origini italiane.

Girotto ha trovato in Italia e a Roma la sua “casa”.

“Ci sono delle difficoltà, come ci sono anche in Argentina, e quindi ho trovato un buon compromesso fra la musica e la vita quotidiana.”

E aggiunge che l’Italia intera è un museo all’aria aperta, senza parlare del cibo e della cultura.

“È una vita corta, quella che abbiamo tutti quanti, per usufruire di queste meraviglie che ha l’Italia. Per me non ha prezzo, dai.”

Una parola d’ordine: resilienza

Dal racconto di Javier emerge uno spirito di adattamento notevole e una grande forza interiore.

“Beh, i lavori normali li ho fatti anche in quel periodo lì, negli Stati Uniti. Non è che sono arrivato là e ho cominciato a suonare perché mi credevo bravo. Arrivando là mi sono reso conto che dovevo fare ancora tanta strada di studio. Quindi i lavori normali li ho fatti: dal cameriere a lavorare in albergo, a fare tante cose. Le ho fatte e sono belle esperienze.”

Tutto, per Girotto, è stato strumento di arricchimento.

“Secondo me non sono cose che devono sminuire la persona o l’essere umano, sono esperienze. Poi certo, io sono andato avanti con la musica: ormai se adesso dovessi fare altro non sarei capace, perché sono stati troppi anni dentro la musica”,

E aggiunge ironicamente: “adesso sarebbe un colpo basso cambiare e passare a un’altra cosa!”

La svolta: tornare alle proprie radici

Chiedo a Javier quale pensa che sia stato il momento in cui ha pensato che fosse arrivato il momento per tirare un “sospiro di sollievo”, dopo la gavetta e le difficoltà.

Mi confessa che, dopo tanti anni di jazz, il segreto è stato tornare alle proprie radici e alla musica che aveva imparato da piccolo, dal padre e dal nonno perché è stata quell’alchimia che gli ha consentito l’incontro con il grande pubblico.

“A un certo punto mi è capitato di suonare qualche pezzo di Piazzolla e lì mi sono accorto che era un po’ quella la mia strada, insomma, perché quello mi emozionava veramente.”

In realtà, per tanto tempo aveva rifiutato la musica in cui era stato immerso sin da piccolo, di tradizione argentina, preferendo immergersi nella tradizione nordamericana del jazz.

Unire la formazione jazzistica con la tradizione argentina

Ma poi qualcosa è cambiato.

“Quando ho suonato una cosa di Piazzolla, improvvisando, avevo provato veramente emozione. E allora mi sono reso conto che quando suonavo jazz non ero emotivo, non suonavo per emozione, suonavo per dimostrare quanto ero bravo con lo strumento, quante cose riuscivo a fare, quanto ero bravo tecnicamente — ma non c’era altro. Allora lì mi sono reso conto che la mia strada sarebbe stata quella: unire la crescita con la tradizione argentina e l’esperienza americana del jazz, facendo un mix delle due.”

E così Girotto ha iniziato a scrivere dentro stili latini, soprattutto argentini ma non solo, anche di tutta l’America Latina, mischiandoli con il jazz.

“Fu lì che nel ’94 decisi di fare un gruppo che facesse una fusione fra tango e jazz: è il gruppo storico mio, Aires Tango.”

Non un gruppo di musicisti argentini, che di quel genere conoscono esattamente i codici: Girotto sceglie degli italiani, in modo che possano apportare la loro esperienza musicale del jazz, “imparando certi linguaggi ma senza essere troppo immersi dentro quella cosa”.

E non sceglie i suoni caratteristici, ma quelli tipici di un quartetto di jazz classico — basso, batteria, piano e sax.

“Negli anni Novanta, soprattutto a Roma, Aires Tango è diventato quasi un gruppo da rock e l’affluenza di gente era pazzesca. Abbiamo provato tanto e adesso insomma è un gruppo ancora longevo: ormai sono trentatré anni che esiste, l’ho letto. Quindi è stata una fortuna.”

Jazz o non jazz, questo è il dilemma

Con Javier, che ha unito le due anime, quella del tango con il jazz contemporaneo, affrontiamo per inciso la questione, ancora molto presente in Italia, soprattutto nei Conservatori, di cosa sia “Jazz” e quindi se abbia senso attribuire delle definizioni.

Gliene parlo perché faccio parte di quelli che, facendo Bossa Nova e/o composizioni originali in italiano, talvolta sono stata esclusa dai jazzisti.

C’è infatti chi si ostina in qualche modo a cristallizzare in uno stereotipo “museale” un genere che è stato comunque sempre vivo e ibrido e, di conseguenza, a respingere perché asseritamente “non Jazz” qualsiasi forma espressiva che si apra alle contaminazioni. E questo anche se gli stessi libri di storia del Jazz parlano dell’evoluzione del genere in termini di world music e indicano quello nordamericano come “tradizionale”.

“Sono d’accordo! Per me la parola jazz significa improvvisazione, ovunque sia: nella Bossa Nova, nel tango, nel jazz e nella tarantella. Se improvviso, per me è già jazz, perché stai improvvisando. Quindi voglio abbinare la parola jazz all’improvvisazione.

Mi fa senso quelli che chiamano jazz solo le loro cose — dalla ballad al valzer — e poi tutto il resto, Bossa Nova, tango o qualsiasi altra cosa, è ‘musica etnica’: mi sembra una cosa un po’ razzista, quasi.” E mi chiede insistentemente chi in Conservatorio mi abbia detto che chi fa Bossa nova non è Jazz, ma io non rivelo le mie fonti e sorrido…

Il processo creativo: dallo studio alla libera improvvisazione

Girotto segue uno schema di studio giornaliero, in cui si inserisce anche la composizione come attività di improvvisazione e ricerca.

“Sto sempre sull’aspetto tecnico, cercando nuove cose, nuove sonorità, anche di scale, investigando la tradizione oltre il continente: le scale indù, le scale della Spagna, le scale dei paesi dell’Est, sonorità diverse che vorrei mettere sulle mie improvvisazioni.”

Dopo aver studiato, lavora sull’improvvisazione, alla ricerca di idee — melodiche, ritmiche, armoniche — che poi procede a sviluppare e scrivere. Da lì in poi, quando ha iniziato a sviluppare il pezzo, a seconda della direzione che ha preso, cerca di raccogliere l’ispirazione e abbina un titolo, a seconda dello stato d’animo.

Ma la composizione non è legata solo agli stati d’animo, quanto allo studio e alla ricerca.

“C’è molto dallo sviluppo, dallo studio, e anche dal trovare idee musicali che siano comprensibili per tutti.”

Mi racconta che all’inizio era molto tecnico, scriveva cose difficili che magari “impressionavano” per quanto erano difficili, “però non c’era la musica”.

Con l’esperienza le cose sono cambiate, perché Girotto ha iniziato a ricercare la melodia.

“Aires Tango è stata una grandissima scuola per la composizione, perché ho capito, quando ho visto arrivare già ai concerti degli anni ’90, fino a metà 2010, che abbiamo suonato tantissimo, la quantità di pubblico che veniva — e non venivano musicisti ad ascoltare. Ho capito lì che quello che mette tutti d’accordo, intenditori e non — la casalinga, il meccanico di turno che veniva a sentire il concerto di jazz, veniva a sentire Aires Tango — perché?

Perché c’era la melodia che accomunava tutti. La melodia mette d’accordo tutti quelli che riescono a ricordarsi di quello che hai suonato. Se suono cose veloci, alla gente normale non gliene può fregare di meno di questa roba, anzi si annoiano pure. E mi annoio pure io quando vado a sentire i concerti dei virtuosi.”

“Sono onesto: i primi uno, due, tre pezzi rimango impressionato dall’abilità tecnica. Dopodiché mi annoio. Adesso, dopo i 60 anni, dico: la vita è altro, devi veramente cercare l’aspetto emotivo, ti deve portare qualcosa dentro.”

Un consiglio ai giovani musicisti: farlo con passione

Chiedo a Javier cosa si sente di consigliare ai giovani che vogliono vivere di musica.

“Ai giovani… mi dispiace un po’: il periodo è un po’ in decadenza a livello organizzativo, e anche a livello di percezione del pubblico — non c’è il livello di attenzione di prima, diminuisce sempre di più, e non c’è molta curiosità. Il pubblico che vedo nel jazz, e anche nella musica classica che ascolto tanto, è sempre più invecchiato, e non c’è rinnovo. Questo è un problema, e per i giovani che arrivano mi dispiace tanto. Quello che posso dire è che la cosa che li manterrà in vita è farlo con vera passione, trovare quella fiamma che ho trovato io negli anni ’90 — sentire quel discorso emotivo — è quella che ti spinge tanto ad andare avanti, a prescindere dal lavoro.”

Le ultime parole sono per l’amico e collega Rino Cirinnà, con cui condivide il palco durante la serata da Marearte.

“Guarda, per me oggi è una serata… non lo dico perché voglio fare la sviolinata, però è veramente importante, perché con Rino ci conosciamo da tanto tempo e non abbiamo mai suonato insieme. Per me questa è un’opportunità molto, molto umana — non lo dico perché stai qua, è una cosa vera, c’è un’affinità umana che ho sempre sentito con lui, e adesso stare sul palco insieme sarà solo divertimento.”

Ci lasciamo, prima del concerto, proprio rimarcando quanto sia bello lo stare insieme sul palco, che è un po’ come tornare bambini e giocare con le Barbie (almeno per quanto mi riguarda).

A volte forse l’aspetto del perseguimento della propria passione, del benessere, di quella magia che è fare la musica e immergersi nel suono, è dimenticato, forse più preoccupati dell’ansia di apparire che di essere.

Io insisto e insisterò sempre sul fatto che la musica pura, non quella tanto per fare una serata o per mostrare di essere bravi, arriva al destinatario, forte e chiara, e che tutti i musicisti hanno una responsabilità: quella di non dimenticare di usare bene il proprio potere, che può dispensare emozioni e benessere nel pubblico.

La chiacchierata con Javier Girotto è stata magica. Stavo rischiando di farlo sforare sui tempi, ma anche lui è stato piacevolmente coinvolto, forse proprio perché non ci sono molte occasioni per fermarsi, riflettere, confrontarsi.

E forse è proprio questo che mi porto via da questa serata: la conferma che, quando la tecnica smette di essere un fine e diventa uno strumento, la musica torna a fare quello per cui esiste davvero — arrivare da qualche parte, dentro qualcuno.

Marearte è sempre un posto molto suggestivo… e le iniziative non sono finite!

Dal 25 al 27 Settembre 2026, Marearte organizza “Vo-Cine”, il Festival di corti all’aperto. E siccome la pioggia stenta ad arrivare, penso che percorrerò ancora quella salita con le mie scarpine da ascolto con zeppa.

Finché autunno non ci separi.